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L'anti-modernismo della sinistra: Adorno e Marcuse come Evola e Guénon?

  • 3 set 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Adorno ha condotto una rigorosa critica della società borghese su basi hegeliane e marxiste, tenendo ampiamente conto degli apporti forniti dalla psicoanalisi freudiana. A suo avviso, con il passaggio al capitalismo monopolistico (o ai sistemi collettivistici socialisti), le relazioni interumane si riducono a pura apparenza; la vita individuale diviene pura funzione delle forze oggettive che governano la società di massa; la sfera individuale si riduce all'ambito fittizio del consumo per tutte le età.

In tale radicale condizione, la produzione dell'alienazione si manifesta in quanto struttura e sovrastruttura risultano intrecciate in una connessione di accecamento sociale. La condizione umana, mediata dall'ideologia in questo sistema sociale diviene quella dell'alienazione individuale e della disumanizzazione dei rapporti sociali tra tutte le età.

La cultura si riduce a industria culturale, la scienza è asservita al profitto, diventa cioè strumento di dominio sulle cose e sugli uomini. Di qui la critica condotta al neopositivismo come filosofia dell'asservimento della cultura alla tecnica e all'affermazione della filosofia come pensiero dialettico, che lo conducono a una interpretazione del marxismo in chiave anti-idealistica e anti-teleologica.

Marcuse d'altro canto osserva come anche in Unione Sovietica il mutamento dei rapporti di produzione sia stato seguito da una perdita di coscienza rivoluzionaria, finendo per diventare un'altra espressione, accanto al capitalismo, di quella società industriale inevitabilmente portatrice di una morale repressiva. Su questo punto egli condivide almeno in parte il pensiero di Adorno, riguardo al rapporto tra progresso tecnologico ed emancipazione umana.

Apparentemente l'apparato produttivo ha raggiunto dimensioni tali che i desideri umani possano subire un mutamento qualitativo, ma la società crea bisogni artificiali impedendo la liberazione degli individui attraverso il soddisfacimento delle pulsioni vitali. Ed è proprio per questo, secondo Marcuse, che le società che si definiscono democratiche finiscono per essere intrinsecamente totalitarie, cioè rendono impossibile qualsiasi forma di opposizione.

Marcuse gode di un momento di grande fortuna solo perché ha il vantaggio di essere più volgare e involuto. Riprende la polemica dell’estrema destra spiritualistica contro la democrazia edonistica e la finta libertà che ci riserva. Le asserzioni di Marcuse, infine, potrebbero benissimo stare in bocca a Guénon, a Evola o a un cattolico integralista.

I temi trattati sia dalla generazione ante litteram dei “sessantottini di destra”, sia dai sessantottini della “nuova sinistra” sono più o meno gli stessi. C’è negli uni e negli altri un anti-modernismo che isola dal mondo moderno e che induce, per esempio, a non accettare gli elettrodomestici, la pubblicità e i mass-media, cioè le espressioni chiare ed evidenti della contemporaneità.

Un anti-modernismo che spinge a guardare altrove, insomma. Ma come al solito esistono due pesi e due misure, senza appartenere a qualsivoglia età o classe proto-braminica.

 
 
 

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