Futuristi e anarchici (Parte 1)
- 26 set 2020
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Lo sfondo: un’Italia di inizio secolo dominata prevalentemente dal governo del liberale Giovanni Giolitti. Un inizio secolo che si apre con l’attentato al Re Umberto I ad opera dell’anarchico Gaetano Bresci. Un’Italia ancora arretrata, ma che nel triangolo Milano-Torino-Genova cominciò a conoscere una forte espansione industriale che portò ad un nuovo slancio delle attività delle organizzazioni proletarie. Un’Italia uscita dalle speranze infrante del Risorgimento. Un’Italia popolata di personaggi, noti e meno noti, spesso annaspanti a mezza strada fra vel-leità e utopia e che colorarono quel periodo di progetti scardinatori di tradizioni culturali e assetti politici di cui un’indolente parte sociale volle scrollarsi definitivamente di dosso
Futuristi e anarchici
Lotta al passatismo, classico, clericale o borbonico, amore per la violenza, impeto eversore, antiparlamentarismo. Tutti questi punti di convergenza indussero soprattutto i futuristi a cercare un’alleanza con gli anarchici. Sulle posizioni politiche del futurismo, storici e critici si sono divisi: chi ne difende il carattere decisamente anarchico e monoliticamente rivolu-zionario, chi lo affossa integralmente nel fascismo e chi ne fa emergere il pluralismo di voci diverse. Nella mia indagine ho preferito quest’ultimo punto di partenza.
L’ i m p ro n t a d e l s u o f o n d a t o re f u c e r t a m e n t e p re g n a n t e, e f o n d a-mento di molti equivoci in chi all’epoca espose giudizi e critiche nei confronti del futurismo stesso, ma un’odierna lettura della storiografia futurista dovrebbe invece condurre a considerare tale movimento un insieme eterogeneo di idee, di personalità e tendenze. Poi vi fu chi, per sincera fede o per fascino esercitati da Marinetti, seguì quest’ultimo in utte le fasi del movimento, vi fu anche chi se ne dissociò con disdegno e vi fu chi ne accettò solo alcune componenti e vi fu infine chi utilizzò quell’ondata per semplice notorietà per uscire dall’anonimato artistico. Questi ultimi furono soprattutto piccolo borghesi in cerca di un riscatto dalla marginalità sociale ed economica attraverso la vita artistica. Per questa instabilità sociale molti di questi futuristi percorsero un’inaspet-tata parabola, passando dall’anarchismo o dal socialismo umanitario al più intransigente nazionalismo antisocialista.
Anche l’anarchismo si caratterizzò per il pluralismo di voci al suo interno. Sempre al di là della barricata, perseguitato, temuto, mal giudi-cato, fu costantemente costretto ad agire e a diffondere il proprio credo fra mille difficoltà ed impedimenti ai quali si aggiunsero le molteplici voci che lo composero: frammentate, sparse, non solo per tutta Italia, ma, a causa dei continui esili forzati, anche all’estero. Ripercorrerne la storia significa riprendere tutta la ricchissima pubblicistica, rapporti di polizia, biografie, autobiografie e carteggi.Il futurismo fu il primo movimento artistico a guadagnarsi il titolo di avanguardia, termine, quest’ultimo, che trae la propria origine dagli ambienti militareschi designando la disposizione o la collocazione di una parte dell’esercito o della flotta che procede prima, in avanti, rispetto a tutte le altre. Nell’Ottocento il concetto venne traslato nel campo politico per definire quei gruppi che si ponessero a capo di movimenti rivoluzionari. Nel Novecento il concetto si dilatò insinuandosi nel mondo dell’arte. L’avanguardia prima di tutto è il rifiuto culturale dei codici culturali correnti, del gusto dominante, dei linguaggi e dei mezzi espressivi abituali.
É la rottura con il mercato culturale. É il tentativo di recupero del ruolo dell’intellettuale respingendo l’asservimento all’in-dustria culturale che lo degrada e lo vorrebbe produttore di oggetti di serie. L’effetto principale del rifiuto violento ed estremistico delle regole culturali o dei linguaggi correnti è lo sperimentalismo: l’avanguardia sperimenta forme nuove, ardite e alle volte sconcertanti, linguaggi mai prima usati, che sconvolgono tutte le abitudini fino a correre il rischio di essere incomprensibili o addirittura irritanti. Una sorta di sintesi fra il significato ottocentesco e quello novecentesco porterebbe a definire l’anarchismo una vera e propria avanguardia politica.
Parma e LA BARRICATA
1908. Parma. Teatro del più grande sciopero agrario italiano che, a seguito della frattura del fronte proletario per i contrasti fra socialisti riformisti e sindacalisti rivoluzionari, conobbe una brutale oppressione del governo. Ciò porterà a conseguenti e molteplici manifestazioni e cortei di protesta dove spiccherà la figura del sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. Una città attraversata da tumulti e fibrillazioni popo-lari. Una città che non poté non attirare il futurismo.Proprio qui nacque il “Manifesto dei musicisti futuristi” che sco-modò, il 3 dicembre del 1910, la rivista dell’anarchismo individualista milanese Il Grido della Folla:
I futuristi che proclamano la conquista della libertà amorale di azione, di coscienza e di concepimento, non faranno che della retorica vana, finché non si accorgeranno che la borghesia dominatrice, causa di tutti i mali che si riper-cuotono dappertutto è la nemica principale di tutti. Tutti gli sforzi eroici futuristi, tutti i loro propositi rivoluzionari a parole, resteranno lettera morta finché non si uniranno a noi che gridiamo sempre. Non vediamo altra via d’uscita che la rivoluzione sociale che porterà i suoi benefici effetti all’umanità e all’arte che sarà libera anch’essa di esplicarsi, emancipata dal convenzionalismo.
Renzo Provinciali, un giovane studente anarchico di Parma, e che esordì molto precocemente nei refrattari, scrisse nel marzo del 1911 ad Aldo Palazzeschi: La dimostrazione studentesca di domenica scorsa eccitò stra-ordinariamente gli elementi popolari e sovversivi della città contro gli studenti fischiatori, tanto da farli apertamente dichiarare che, se la questura avesse proibito la Serata, essi avrebbero invitato Marinetti alla Camera del Lavoro per parlare al Popolo. Su questi elementi popolari e sovversivi io esercito una certa influenza, essendo anch’io iscritto ai partiti estremi [...] quanto prima io terrò una conferenza sul tema Noi futuristi nel quartiere popolare della città cercando di diffondere i sentimenti futuristi fra le masse [...] conferenza che, a quanto pare, riuscirà bene per l’ac-coglienza favorevole dell’annuncio da parte dell’elemento operaio.
Sempre nella città emiliana venne stabilita una data, il 26 marzo del 1911, in cui Marinetti avrebbe dovuto tenere una delle sue rocambole-sche serate, ma l’evento saltò a causa di un formale divieto della questura, motivato con tutta probabilità dalla natura politica delle tensioni in atto. Le conferenze, i tumulti, le inquietudini che Parma attraversò in quegli anni andarono caricandosi di implicazioni extra-artistiche, mobilitando, ben oltre le aspettative di Marinetti, i settori popolari più politicizzati e più toccati dalle ideologie estremiste.Lo stesso Marinetti arrivò a parlare di “Rivoluzione futurista di Parma” affrettandosi ad indirizzare l’11 maggio del 1911 una “Lettera futurista ai cittadini di Parma,”fitta di compiaciuti riferimenti alla “fiu-mana di popolo” attenta e fiduciosa nei grandi propositi innovativi del futurismo.2 Vide nello slancio della gioventù futurista la molla di una sorta di dinamismo indiscriminato e privo di distinzioni sociali che fosse funzionale ad un eroismo quotidiano e ad un amore intenso della vita.
Anche se parlò di rivoluzione, l’attenzione si pose sul fenomeno della violenza, la violenza in sé, non quella rivoluzionaria.Il 28 giugno 1911, tre mesi dopo la lettera di Provinciali, Marinetti tenne alla Camera del Lavoro di Parma, la conferenza “La Bellezza e necessità della violenza.” L’Inter nazionale, organo degli operai aderenti alla Camera del Lavoro e diretta da De Ambris, confermò le confidenze di Provinciali a Palazzeschi sull’interesse operaio per certe tematiche futuriste (anche se come già successe per la stessa conferenza a Milano, il principio nazionalista, di cui Marinetti intonò l’apologia, suonò stridente e classisticamente ostile) e constatò che, attorno al problema della violenza, tesero a convergere ed a condensarsi latenze sovversive sia borghesi che proletarie. Nel cuore estremista di Parma si diffuse una seria attenzione verso il futurismo.Così, Renzo Provinciali, che dirigeva un Circolo libertario di studi sociali per aggregare ribelli popolari e intellettuali, nella rivista da lui ideata, La Barricata, lanciò un vero e proprio manifesto, “Anarchia e futurismo:”
Compagni d’Italia, guardateci in faccia! Leggete sul nostro viso le nostre intenzioni, le nostre energie! Noi lanciamo oggi un giornale anarchico da Parma, da questa città affa-ristica e ignorante che ha usurpata la fama del ribelle, da la rocca forte d’un sindacalismo bottegaio e servile; noi non invochiamo l’aiuto, per questo compito arduo e scabroso,che di quelli che hanno i nostri medesimi criteri, le nostre stesse convinzioni, noi non abbiamo un programma, siamo troppo liberi per permettere che questo ci impacci i piedi, ma vogliamo affermare ogni idea coraggiosa e ribelle, difen-dere ogni convincimento sincero e nobile [...].Noi smaschereremo i farabutti di tutti i partiti, noi perse-guiremo senza dar grazia tutte le nullità pretenziose, tutti gli ambiziosi codardi, tutti gli asini cortigiani, tutti i camaleonti quadrantari, su tutti piomberà la nostra sferza sanguinosa che flagellerà inesorabilmente le oneste canaglie di tutti i partiti di tutti gli interessi e le traballanti teoriche di tutte le idee.
Nel linguaggio utilizzato ci sono molte somiglianze con il futu-rismo. Provinciali però più che occuparsi degli esiti avanguardistici o meno delle sue produzioni intellettuali e giornalistiche, cominciò ad inquietarsi proprio per quelle tendenze politiche nazionalistiche-belli-cistiche dell’area futurista. Basti pensare all’emblematico 1911 trascorso fra comizi, serate e manifestazioni marinettiane a favore della guerra libica e a quanto tutto ciò fosse in contrasto con l’antimilitarismo e l’an-ticolonialismo di Provinciali che, a quel punto, prese le dovute distanze ridefinendo di conseguenza i rapporti con un leader ed un movimento impegnati in un progetto di rivoluzione culturale, ma incapaci di dar luogo ad una vera cultura della rivoluzione.Provinciali non lesinò le sue argute critiche neppure all’ambiente anarchico ed alla sua carenza di scelte culturali alternative:
È possibile che coerentemente si possa muovere una guerra mortale a ogni sorta di autorità politica, civile, religiosa e militare, a quanto sia convenzionalismo, pregiudizio, sfrut-tamento e ingiustizia, quando si voglia incoraggiare un’arte ed un passato che non sono che l’esaltazione, l’apoteosi di quanto si vuole distruggere ne la vita?È possibile che gli anarchici lascino ne l’arte quanto vogliono distruggere ne la vita, è possibile che lascino a turbare, a deturpare un nuovo mondo risorto, una società nuova, libera e purificata, un’arte antica, puzzolente e forcaiola?
Compagni d’Italia, compagni di tutto il mondo, compren-diamo la nostra missione! Gettiamo l’ideale Futurista nel rogo torrido e proteiforme de le fiamme del nostro ideale e da questa vampa, da questo lavacro purificatore, lasciando tutte le scorie, tutte le vergogne, tutte le ignominie esca vittorioso e trionfante, come un grande Titano de l’Erebo, il vero, il grande, il solo Futurismo!
Fu quindi sostanzialmente incline a condividere con altri anarchici il rigetto politico di Marinetti e del futurismo, ma non la loro liquida-zione artistica. Fu convinto soprattutto che non si trattò solo di condurre una requisitoria politica contro il futurismo medesimo, ma di svolgere una complementare autocritica sui risvolti intellettuali della sinistra rivoluzionaria. Prendendo tuttavia atto delle contraddizioni insanabili che andarono aprendosi nel suo personale anarcofuturismo, Provinciali ragionò sul rapporto intellettuali/rivoluzione.
È possibile che un uomo coerente possa contemporanea-mente propugnare la più grande e generale rivoluzione nel campo delle arti, volere in questo terreno l’anarchia più completa ed estesa ed essere un perfetto conservatore ne la vita? Oh, non mai, sarebbe un contro senso! È possibile che l’anarchia e la rivoluzione non camminino di pari passo sia ne l’arte che ne la vita? Com’è possibile immaginare un’arte borghese in una società anarchica, e un’arte futurista in una società borghese? Convenite che ciò è ben assurdo. Perciò il futurismo non potrà essere compreso e accettato se non quando nel mondo si sarà diffusa l’anarchia, e così pure l’anarchia sarà sempre insuperabilmente ostacolata da le arti e da la cultura arcaiche e fatte di pregiudizi e di convenzionalismi
La matrice anarcofuturista della rivista fu suggellata anche dal soda-lizio con Carlo Carrà, così, nel numero del maggio del ’12, Provinciali scrisse:
La nostra testata è un piccolo capolavoro. Autore ne è Carlo Dalmazzo Carrà, il forte pittore futurista di Alessandria, ben noto ai compagni d’Italia per i suoi tanto ricercati disegni: he da La Rivolta da La Sciarpa Nera e da La Questione Sociale furono riprodotti da quasi tutti i giornali anarchici e non anarchici [...] Ma è impossibile dire degnamente di questi quadri che suscitarono tanta bufera di critiche, di tafferugli e di pugni e sì largo coro di ammirazione; è impossibile dire giustamente di Carrà artista.
Provinciali si schierò, a titolo conclusivo di una militanza politica estrema, sul fronte antinterventista, dopodiché quella tempra rivoluzio-naria si scioglierà progressivamente. Diventerà infatti avvocato di grido e docente di giurisprudenza negli atenei parmense prima e romano poi. (FINE PRIMA PARTE)



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