"Pranzo che sventò un suicidio" racconto futurista del Lago Trasimeno.
- 5 ott 2020
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INTRODUZIONE INIZIALE A CURA DELLA SEZ. AUTONOMA LAGO TRASIMENO <<Il Lago Trasimeno fa da sfondo ad un racconto futurista incentrato sull'amicizia e la vitalità che ne scaturisce. Viene sventato un suicidio grazie al genio artistico degli amici futuristi del protagonista combattuto nello scegliere tra amore passato e temuto amore futuro. Sottolineiamo l’ambientazione del racconto, trovandoci in questo preciso momento nei pressi della villa del racconto. Accorrete entro sera>>.
La vicenda si svolge in una villa sulle rive del Lago Trasimeno, 111 Maggio 1930.
Alla descrizione dello spazio esterno “...la villa si nascondeva in fondo al parco, alternato di pini
ombrelliferi offerti al Paradiso e di cipressi diabolicamente infusi nell’inchiostro dell’Inferno, una
vera Reggia, più che una villa”, segue la rappresentazione degli spazi chiusi della casa “(...) nella
stanza tappezzata di rosso rimorso vellutato, che beveva per l’ampie finestre una mezza luna
nascente, ma già immersa nella morte delle acque...”. Nella parte iniziale, dunque, la realtà esteriore
rispecchia l’inerzia, la contrizione dell’animo del protagonista Giulio Onesti, come pronto ad un
giudizio ultraterreno e pervaso dall’idea del suicidio.
Nella conclusione, invece, la rappresentazione della natura cambia connotando di un nuovo
dinamismo il riacquisito gusto della vita del personaggio “...Giulio uscì allora nel parco tutto invaso
dalle sussultanti tubature dei rumori del tuono. Era insieme sgombro, liberato, vuoto e colmo.
Godente e goduto. Possessore e posseduto. Unico e totale”: al senso del peccato e della morte si
sostituisce un senso panico e vitalistico dell’esistenza.
I personaggi della vicenda sono Giulio Onesti e i futuristi Filippo Tommaso Marinetti, Enrico
Prampolini e Fillia. Nella parte centrale dello sviluppo della vicenda, si inserisce la temuta visita di
una donna, la cui identità resta anonima, ma per il cui fascino il protagonista ha il timore di poter
cedere ad una relazione sentimentale che egli avvertirebbe come un tradimento verso la donna
amata, uccisasi tre giorni prima a New York. Egli vuole per questo suicidarsi.
Marinetti, Prampolini e Fillìa si precipitano dall’amico avendo ricevuto il telegramma in cui
Giulio annunciava il suo prossimo suicidio. L'intervento degli amici risulterà decisivo, avendo essi
pensato come la costruzione gastronomica di “sculture mangiabili” dalle sinuose forme femminili e
la loro “consumazione” potesse rappresentare un soddisfacente sostitutivo “erotico” della donna
reale. I temi che emergono dunque sono quelli dell’amicizia che lega i tre futuristi al protagonista
Giulio Onesti, l’inquietudine della coscienza divisa tra passato e presente e l’arte culinaria come
strumento di superamento del dolore e dei freni inibitori sul piano morale ed istintuale.

Marinetti propone infatti all’amico Giulio di calarsi nella dimensione tutta estetica e gustativa
della cucina futurista per dimenticare i suoi dispiaceri e vivere un’ esperienza sensoriale originale e
liberatoria in cui si dispiega il gusto iperbolico di una fantasia sfrenata dai fitti riferimenti erotici.
La storia raccoglie in sé sia il racconto esistenziale, in quanto viene data voce ai sentimenti di
Giulio Onesti, pervaso di tristezza e d’ angoscia per il suicidio della donna amata, sia il racconto
sentimentale, in quanto il protagonista, non solo soffre per la morte improvvisa dell’amata, ma è
terrorizzato dall’idea di una nuova relazione nel presente.
Nel racconto inoltre un’attenzione particolare è riservata all’esperienza artistica che accomuna tutti
i personaggi. Nella vicenda, il protagonista e i suoi amici si calano completamente nell’universo
culinario dai tratti artistici inconfondibilmente futuristi.
Il grande sviluppo di questa terza parte del racconto ed una certa superficialità ed esteriorità nella
breve descrizione e narrazione dei primi due aspetti, permettono di riscontrare il difetto di una certa
meccanicità de Un Pranzo che evitò un suicidio.
Dal punto di vista linguistico-stilistico, evidente è il riferimento alle tecniche letterarie del
futurismo, dalle ardite analogie, alle frasi talvolta nominali, ai sostantivi talora doppi.
INTRODUZIONE di Filippo Tommaso Marinetti e Fillìa, in La Cucina Futurista, Christian
Marinotti, Milano, 1998
Nasce con noi futuristi la prima cucina umana, cioè l’arte di alimentarsi. Come tutte le arti, essa
esclude il plagio ed esige l'originalità creativa.
(...)Questa opera viene pubblicata nella crisi economica mondiale di cui appare imprecisabile lo
sviluppo, ma precisabile il pericoloso pànico deprimente. A questo pànico noi opponiamo
(...)l’ottimista a tavola.
FILIPPO TOMMASO MARINETTI E FILLÌA, UN PRANZO CHE EVITÒ UN SUICIDIO
L’11 Maggio 1930 il poeta Marinetti partiva per il Lago Trasimeno in automobile, obbedendo a
questo preoccupante, strambo e misterioso telegramma:
“Carissimo poichè Essa partì definitivamente sono preso da angoscia torturante Stop tristezza
immensa vietami sopravvivere Stop supplico di venire subito prima che arrivi quella che le
rassomiglia troppo ma non abbastanza GIULIO”.
Marinetti, deciso a salvare il suo amico, aveva invocato telefonicamente l'intervento di Enrico
Prampolini e Fillia, la cui grande genialità di aeropittori gli sembrò adatta al caso senza dubbi
gravissimo.
Chirurgicamente il volantista dell’automobile cercò e trovò, sulle rive piagate e fra i canneti
doloranti del Lago, la villa. In realtà si nascondeva in fondo al parco, alternato di pini ombrelliferi
offerti al Paradiso e di cipressi diabolicamente infusi nell’ inchiostro dell’ Inferno, una vera Reggia,
più che una villa.
Sulla soglia, allo sportello dell’automobile, il viso emaciato e la troppa bianca mano tesa di Giulio
Onesti. (...)A tavola, nella stanza tappezzata di rosso rimorso vellutato, che beveva per l’ampie
finestre una mezza luna nascente, ma già immersa nella morte delle acque, Giulio mormorò:
“Intuisco nei vostri palati la noia di una antichissima abitudine e la convinzione che un simile
modo di nutrirsi prepara al suicidio. Via, mi confesso brutalmente a voi a alla vostra provata
amicizia: da tre giorni l’idea del suicidio occupa tutta la villa ed anche il parco. D'altra parte non ho
ancora la forza di varcarne la soglia. Cosa mi consigliate?”
Lungo silenzio.
“volete sapere il perché? Ve lo dico: Lei, tu la conosci, Marinetti! Lei si è uccisa tre giorni fa a
New York. Certamente mi chiama. Ora, per una coincidenza strana, interviene un fatto nuovo e
significativo. Ho ricevuto ieri questo dispaccio... è dell’ altra che le rassomiglia... troppo... ma non abbastanza. Vi dirò un’altra volta il suo nome e chi è. Il dispaccio mi annuncia il suo imminente
arrivo...”
Lungo silenzio. Poi Giulio fu preso da un tremito convulso irrefrenabile:
“non voglio, non debbo tradire la morta. Quindi mi suicido questa notte!”
“a meno che?” gridò Trampolini.
“ a meno che?” ripetè Fillìa.
“A meno che? - concluse Marinetti - a meno che tu ci conduca immediatamente nelle tue ricche e
fornite cucine”.
Fra i cuochi esterrefatti e dittatorialmente esautorati, i fuochi accesi, Enrico Prampolini urlò:
“occorrono alle nostre mani geniali cento sacchi dei seguenti ingredienti indispensabili: farina di
castagne, farina di grano, farina di mandorle, farina di segala, farina di grano turco, polvere di cacao,
pepe rosso, zucchero e uova. Dieci giarre di olio, miele e lardo. Un quintale di datteri e di banane”.
“Sarai servito in questa notte stessa” ordinò Giulio.
(...) “al lavoro - disse Marinetti - o aeropittori e aeroscultori. Le mie aeropoesie ventileranno i
vostri cervelli come eliche frullanti”.
Fillia improvvisò un aerocomplesso plastico di farina di castagne, uova, latte, cacao dove piani
atmosferi notturni erano intersecati a piani di grigiori d’alba con spirali di vento espressi mediante
tubature di pasta frolla.
Enrico Prampolini che aveva gelosamente circondato di paraventi il suo lavoro creativo, alla prima
alba filtrante all'orizzonte luce dalla finestra aperta, gridò:
“la tengo finalmente fra le braccia ed è bella, affascinante carnale, tale da guarire qualsiasi
desiderio di suicidio. Venite ad ammirarla”.
Rovesciò i paraventi e apparve il misterioso soave tremendo complesso plastico di lei. Mangiabile.
Gustosa era infatti a tal punto in carne della curva che significava la sintesi di tutti i movimenti
dell’anca. E luceva di una sua zuccherina peluria eccitando lo smalto dei denti nelle bocche attente
dei due compagni. Sopra, sferiche dolcezze di tutte le ideali mammelle parlavano a distanza
geometrica alla cupola del ventre sostenuta dalle linee - forze delle cosce dinamiche.
“non avvicinatevi - gridò a Marinetti e a Fillìia - non odoratela. Allontanatevi. Avete delle cattive
bocche voraci. Me la mangereste tutta, senza fiato”.
Ripresero il lavoro deliziosamente pungolati dai lunghi raggi elastici di un’aurora, cirri rossi, trilli
d’uccelli e scricchiolii d'acque legnose di cui scoppiava in brilli dorati la laccatura verde.
Atmosfera inebriante prodiga di forme colori con piani di luci taglienti e levigatissime rotondità di
splendori che il ronzio di aeroplano altissimo torniva melodiosamente.
Mani ispirate. Nari aperte per dirigere l’unghia e il dente. Alle sette nasceva dal maggior forno
della cucina /a passione delle bionde, alto complesso plastico di pasta sfogliata scolpita a piani
degradanti di piramide ognuno dei quali aveva una lieve curva speciale di bocca ventre o fianchi, un
suo modo di fluttuare sensualissimo, un sorriso suo di labbra. In alto un cilindro di pasta di grano
turco girante su perno, che, velocizzandosi, scapigliava in tutta la camera una massa enorme di
zucchero filato d’oro.
Ideato da Marinetti, realizzato sotto la sua dettatura da Guido Onesti, improvvisatosi scultore-
cuoco, angosciatissimo e tremante, il complesso plastico fu da lui stesso piantato su una gigantesca
casseruola di rame rovesciata.
Gareggiò subito tanto con la forza dei raggi solari da inebriarne il plasmatore che infantilmente
baciò con la lingua la sua opera.
Vennero sformati da Prampolini e Fillia: una snella velocità slanciatissimo “lazo” di pasta frolla,
sintesi di tutte le automobili affamate di curve lontane e una leggerezza di volo che offriva alle
bocche guardanti 29 argentee caviglie di donna miste di mozzi di ruote e dali d’eliche tutte formate
con soffice pasta lievitata.
Con bocche d’ antropofagi simpatici, Giulio Onesti, Marinetti, Prampolini e Fillìa si ristoravano lo
stomaco di quando in quando con un saporito rottame di statua.(...)
Giulio Onesti però manifestava un’inquietudine che non rispondeva alla serenità futurista del suo
cervello. Temeva la sopraveniente. (...)

Bruscamente un complesso plastico di cioccolata e torrone, rappresentante le forme della nostalgia
e del passato precipitò giù con fragore e inzaccherando tutto di liquide tenebre veschiose.(...)
Alle sei del pomeriggio(...)Il capolavoro. Aveva per titolo /e curve del mondo e i loro segreti.
Marinetti, Prampolini e Fillia, collaborando, vi avevano inoculato il magnetismo soave delle donne
più belle e delle più belle Afriche sognate. La sua architettura obliqua di curve molli inseguentisi in
cielo nascondeva la grazia di tutti i piedini femminili in una folta e zuccherina orologeria verde di
palme di oasi che meccanicamente ingranavano i loro ciuffi a ruota dentata. Più sotto si sentiva la
garrula felicità dei ruscelli paradisiaci. Era un mangiabile complesso plastico a motore, perfetto.
Prampolini disse :
“vedrete che lui vincerà lei”.
Squillò medianicamente il campanello in fondo al parco.
A mezzanotte, nella vasta sala d’armi, i futuristi Marinetti, Prampolini e Fillìa aspettavano il
padrone di casa invitato a sua volta per inaugurare-assaggiare insieme la grande Mostra di scultura
mangiabile ormai pronta.
In un angolo, presso una vetrata piena di asprigne e malsane luci sottolacustri, masse di alabarde e
fasci di carabine in rissa con due enormi cannoni da montagna, erano stati ammonticchiati ricacciati
brutalmente come da una magica forza sovraumana.
Sovraumana in realtà splendeva nell’angolo opposto, sotto undici globi elettrici, la Mostra dei 22
complessi plastici mangiabili.
Fra tutti, quello intitolato /e curve del mondo e i loro segreti turbava. Come munti da tanto
aerodinamismo lirico-plastico, giacevano stanchissimi Marinetti, Trampolini e Fillia sopra un ampio
tappeto di piume danese (...)Pronti balzarono in piedi però al suono di due voci, una virile ma
stanca, l’altra femminile e aggressiva. (...)Bellissima donna, ma d’una bellezza tradizionale. Per sua
fortuna, i grandi occhi verdi, pieni di falsa ingenuità infantile, sotto la breve fronte inondata di ricchi
capelli quasi biondi e quasi castani, rivoluzionavano e accendevano le curve pacate e le squisite
eleganze del collo, delle spalle e delle anche snelle appena inguainate di amoerri dorati.
“non mi giudicate una sciocca - mormorò con grazia languida - sono intontita. Il vostro ingegno mi
spaventa. Vi supplico di spiegarmi le ragioni, le intenzioni, i pensieri che vi hanno dominati mentre
scolpivate tanti deliziosi odori sapori colori o forme”.
A lei, che cautamente e culturalmente scavava al proprio corpo, nei cuscini le pellicce e i tappeti,
(...)una nicchia-tana per belva raffinata, Marinetti, Prampolini e Fillìia parlarono alternandosi come
tre stantuffi ben oliati della medesima macchina.
(...)Dissero:
“Amiamo le donne. Spesso ci siamo torturati con mille baci golosi nell’ ansia di mangiarne una.
Nude ci sembrarono sempre tragicamente vestite. Il loro cuore, se stretto dal supremo godimento d’
amore, ci parve l’ideale frutto da mordere masticare suggere. Tutte le forme della fame che
caratterizzano l’amore ci guidarono nella creazione di queste opere di genio e di lingua insaziabile.
Sono i nostri stati d’animo realizzati. Il fascino, la grazia infantile, l’ingenuità, l’alba. Il pudore, il
furente gorgo del sesso, la pioggia di tutte le smanie e di tutte le svenevolezze, i pruriti e le ribellioni
contro l’antichissima schiavitù, l’unica e tutte hanno trovato qui, mediante le nostre mani,
un’espressione artistica tanto intensa da esigere non soltanto gli occhi e relativa ammirazione, non
soltanto il tatto e relative carezze, ma i denti, la lingua, lo stomaco, l’intestino ugualmente
innamorati”.
“per carità - sospirò sorridendo - moderate la vostra selvaggeria”
“nessuno vi mangerà per ora - disse Prampolini - a meno che il magrissimo Fillìa...”
Soggiunse Marinetti:
“in questo catalogo della Mostra di scultura mangiabile, lei potrà leggere questa notte gli originali
pettegolezzi erotici-sentimentali che suscitarono negli artisti certi sapori e certe forme
apparentemente incomprensibili. Arte leggera aviatoria. Arte temporanea. Arte mangiabile. L’eterno
femminino fuggente imprigionato nello stomaco. (...)Siamo gl’ istintivi nuovi elementi della grande
Macchina futura lirica plastica architettonica, tutta leggi nuove, tutta direttive nuove”.

Una lunga pausa di silenzio fulminò di sonno Marinetti, Prampolini e Fillia. La donna li contemplò
per alcuni minuti, poi abbandonò il capo all’indietro e si addormentò anch'essa. Il fievole sciacquìo
delle respirazioni cariche di desideri, d'immagini e di slanci s’intonava con lo sciacquio chioccolante
e tinnente del canneto nel Lago strofinato dalla brezza notturna.
(...)Ad un tratto, con la schiena sospettosa di un ladro, Giulio girando appena la testa a destra e a
sinistra, si convinse che scultori e scultrice di vita dormivano profondamente. Scattò in piedi
agilmente, senza far rumore, percorse con lo sguardo circolare la grande sua sala d’ armi e deciso si
avviò verso l’alto complesso plastico le curve del mondo e i loro segreti. Inginocchiatosi davanti, ne
iniziò l’amorosa adorazione con le labbra, la lingua e i denti. (...)Alle tre di quella notte, con un
tremendo torcersi di reni, addentò il folto cuore dei cuori del piacere. Scultori e scultrice dormivano.
All’alba mangiò le sfere mammellari d’ogni latte materno. Quando la sua lingua sfiorò le lunghe
ciglia che difendevano i grandi gioielli dello sguardo, le nuvole addensatesi velocemente sul Lago
partorirono un precipitante fulmine arancione a lunghe gambe verdi che schiantò il canneto a pochi
metri dalla sala d’armi.
Seguì la pioggia delle lagrime vane. (...)Forse per rinfrescarsi, a capo scoperto, Giulio uscì allora
nel parco tutto invaso dalle sussultanti tubature dei rumori del tuono. Era insieme sgombro, liberato,
vuoto e colmo. Godente e goduto. Possessore e posseduto. Unico e totale.


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